Smart working: il lavoro si fa agile

16 aprile 2020 - Digital transformation

Nell’ultimo mese di “reclusione” domestica forzata, vocaboli come epidemia, virus, focolaio, tampone e altri termini simili legati all’emergenza sanitaria, hanno inevitabilmente conosciuto una brusca impennata di “popolarità” lessicale, entrando di prepotenza nel nostro linguaggio quotidiano.
Subito dietro a queste c’è stato però il “boom” di un’altra parola con cui abbiamo imparato a familiarizzare in questo periodo: smart working.

Chi non l’ha sentita o pronunciata almeno una volta?
Al momento, praticamente tutti stiamo lavorando “smart”, ma siamo sicuri di sapere esattamente cosa si intende con questa espressione?
Il solito anglicismo, si può pensare… la stessa cosa che dire “lavoro da casa” o “telelavoro”…
Sbagliato invece, già a partire dall’origine del nome, che è italianissimo: in inglese si parla molto più frequentemente di “telecommuting” o di “home working”, e non è la stessa cosa.

Telelavoro e smart working quale differenza?

Il telelavoro nasce negli anni ’70, ed è una vera e propria forma contrattuale con regole rigide: orari, luoghi e strumenti sono prestabiliti, e riprendono lo stesso schema organizzativo utilizzato in un luogo di lavoro “classico”.

Fare smart working va molto oltre a questo, e non vuol dire semplicemente lavorare da casa: è piuttosto una nuova tipologia di occupazione a tutti gli effetti, prevista dalla legge 81 del 2017 come “lavoro agile”, ovvero caratterizzato da volontarietà delle parti e flessibilità organizzativa, nonché ovviamente dall’utilizzo di strumenti che consentano di lavorare da remoto.

Il Ministero del Lavoro lo definisce come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

In poche parole si tratta di una nuova filosofia lavorativa orientata alla digital transformation, con processi migliorati e utilizzo di tecnologie che rendono il lavoro più flessibile, autonomo, funzionale, e “intelligente”, garantendo migliori risultati.
E con una maggiore responsabilizzazione riguardo ai risultati: una vera rivoluzione organizzativa e culturale.

 La situazione ieri, oggi e domani

Secondo l’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, lo Smart Working in Italia era già una realtà consolidata prima di questa situazione.
I 480.000 “lavoratori agili” nel 2018, sono diventati 570.000 nel 2019, tutti con competenze digitali mediamente superiori rispetto ai loro colleghi convenzionali, e con un elevato tasso di soddisfazione per il proprio lavoro.
Le stime dell’Osservatorio dicono che questi numeri sono destinati a crescere sensibilmente, anche una volta terminata l’emergenza, quando tutte le aziende si saranno rese pienamente conto che lo smart working rappresenta un’esperienza positiva e coinvolgente per i collaboratori, in grado di rendere più produttivi i team di lavoro migliorandone persino il coordinamento.

Dal punto di vista dei lavoratori, quelli che hanno scelto lo smart working si dichiarano soddisfatti soprattutto dell’equilibrio tra vita privata e professionale, che porta a far crescere motivazione e soddisfazione.

 In prospettiva, i benefici economici e sociali di questo modello sono enormi; come evidenziano i ricercatori del Politecnico, si possono valutare in un aumento di produttività del 15% per ogni lavoratore, con un beneficio di quasi 14 miliardi di euro per il sistema Paese.  

Il business ci guadagna, ma anche l’ambiente: una giornata a settimana di smart working ridurrebbe infatti il tempo dedicato agli spostamenti casa-lavoro di circa 40 ore all’anno, con una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno.

Smart working e digital skills …To be continued…

 

Fonte:
Osservatorio Digital Innovation Politecnico di Milano